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Lui & Lei

Pane, amore e fantasia


di Brigante23
01.12.2025    |    463    |    3 9.3
"«Piano… piano… oddio…» Era venuta in meno di un minuto, un orgasmo violento, le cosce che tremavano, le dita che stringevano la testa di lui come se temesse di cadere..."
Francesca chiudeva sempre il negozio alle 13:30 in punto.
Quel giovedì di novembre, però, la saracinesca era rimasta a metà: il neon sopra il bancone tremava da due giorni e ormai faceva un ronzio insopportabile.
Luigi era arrivato alle 13:25, tuta blu macchiata di calce, capelli neri arruffati e un sorriso da ragazzo che sa di piacere.
«Signora Francesca, mi ha chiamato suo marito ieri sera… dice che il quadro scatta. Posso dare un’occhiata?»
Lei aveva annuito, un po’ stanca. Indossava il solito grembiule bianco che le stringeva il seno ancora sodo nonostante i tre figli, i capelli castani raccolti in una crocchia da cui scappavano ciocche ribelli. Profumava di lievito e vaniglia, un odore che a Luigi era entrato nelle narici e gli arrivava dritto al cervello.
«Il quadro è nel retro» gli aveva detto, precedendolo nel piccolo laboratorio.
Lì dietro c’era caldo, l’odore di pane appena sfornato, il silenzio rotto solo dal frigo dei lieviti.
Luigi si era chinato sul quadro elettrico, lei gli stava accanto, più vicina del necessario.
«Fa così da una settimana» sussurrò Francesca. «Mio marito dice che è vecchio… come tutto il resto.»
L’ultima frase le era uscita amara, quasi senza volerlo.
Luigi aveva alzato gli occhi. L’aveva guardata davvero per la prima volta: le rughette sottili agli angoli degli occhi, la bocca piena, il collo morbido che spariva nel grembiule.
«Vecchio non significa rotto, signora Francesca. A volte basta… toccarlo nel punto giusto.»
Lei aveva sorriso, un sorriso piccolo, stanco, ma vero.
«Chiamami Fra’… solo mio marito mi chiama signora.»
Lui aveva spento la corrente generale. Il laboratorio era piombato in una penombra calda, illuminato solo dalla luce che filtrava dalla porta aperta sul negozio.
Luigi si era girato verso di lei, le aveva preso la mano e l’aveva posata sul suo petto, sopra la tuta.
«Senti come batte.»
Francesca non l’aveva ritirata.
Sentiva il cuore di lui che galoppava, il calore della pelle sotto il cotone.
Poi Luigi le aveva slacciato lentamente il nodo del grembiule. Non c’era fretta, solo una calma elettrica.
Il grembiule era caduto sul tavolo infarinato. Sotto, Francesca aveva una camicetta bianca abbottonata male, un bottone saltato da tempo. Luigi gliela aveva aperta ad uno ad uno, scoprendo il reggiseno color panna, semplice, che conteneva a stento i seni pesanti. Le aveva baciato il collo, piano, sentendo il brivido che le percorreva la schiena.
«Luigi…» aveva sussurrato lei, la voce rotta. «Sono sposata… ho 49 anni…»
«E io ne ho 33 e sto morendo dalla voglia di te da quando avevo 18 anni e venivo a prendere le focaccine prima della scuola.»
Lei aveva riso, una risata bassa, quasi un singhiozzo, poi gli aveva preso il viso tra le mani infarinate e l’aveva baciato. Un bacio lungo, bagnato, disperato. Le lingue si cercavano come se avessero aspettato vent’anni.
Luigi l’aveva sollevata sul tavolo d’acciaio, tra sacchi di farina e teglie. Le aveva alzato la gonna di cotone, trovando le cosce morbide, le calze autoreggenti che non si aspettava. Le mutandine erano umide già da un pezzo. Le aveva abbassate lentamente, fino alle caviglie.
Francesca aveva aperto le gambe senza vergogna. Si sentiva viva per la prima volta dopo anni.
Luigi si era inginocchiato tra le sue cosce, le aveva baciato l’interno, piano, poi la lingua aveva trovato il clitoride gonfio. Francesca aveva chiuso gli occhi, le mani nei suoi capelli, un gemito che non riusciva più a trattenere.
«Piano… piano… oddio…»
Era venuta in meno di un minuto, un orgasmo violento, le cosce che tremavano, le dita che stringevano la testa di lui come se temesse di cadere.
Poi si era slacciato la tuta. Il cazzo era duro, giovane, venoso. Francesca l’aveva preso in mano, meravigliata, quasi impaurita dalle dimensioni.
«Voglio sentirti» gli aveva detto, la voce rauca.
Luigi l’aveva penetrata lì, in piedi contro il tavolo, lentamente. Francesca era stretta, calda, bagnata come una ragazzina. Si stringeva intorno a lui, lo guardava negli occhi mentre entrava fino in fondo.
«Più forte» gli aveva ordinato, sorprendendo persino se stessa.
Lui aveva obbedito. La scopava con colpi profondi, ritmati, il tavolo che cigolava, la farina che si alzava in nuvolette bianche. I seni di Francesca saltavano fuori dal reggiseno, lui li prendeva in bocca, succhiava i capezzoli duri, la mordeva piano.
«Dimmi che sei mia» le aveva ringhiato.
«Sono tua… solo tua… non dirlo mai a nessuno…»
Era venuta una seconda volta, più forte, stringendolo dentro di sé, le unghie nella sua schiena. Luigi l’aveva seguita subito dopo, venendo dentro di lei con un rantolo lungo, le spinte che si facevano lente, profonde, mentre si svuotava completamente.
Erano rimasti abbracciati, sudati, pieni di farina, il profumo del pane che si mescolava a quello del sesso.
Francesca gli aveva accarezzato la guancia.
«Il neon… l’hai aggiustato?»
Luigi aveva riso, baciandole la fronte.
«Il neon era solo una scusa. Ma ora funziona tutto, Fra’.»
Lei aveva richiuso la camicetta, si era sistemata la gonna, aveva riannodato il grembiule con mani ancora tremanti.
Quando Luigi era uscito dal retro, la saracinesca era già alzata del tutto. Il neon sopra il bancone era acceso, luminoso,
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